Leatherface – Recensione

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Texas, anni ’60. In seguito all’ennesimo omicidio, il giovane Jed Sawyer, appartenente ad una famiglia di folli cannibali, viene arrestato e rinchiuso in un istituto di correzione. Dieci anni dopo, durante una rivolta, Jed fugge dall’istituto con altri tre pazienti e l’amorevole infermiera Lizzy. Braccato dal vendicativo sceriffo Hartman, il gruppo si lascia alle spalle un bagno di sangue e la fuga si trasforma in una discesa all’inferno.

Lo scorso 25 agosto, Leatherface è stato presentato in anteprima mondiale al FrightFest di Londra. Il giorno dopo, Tobe Hooper, produttore del film e creatore della saga di Non aprite quella porta, si è spento a 74 anni. Una fine e un inizio. Hooper ci lascia infatti con le origini del suo personaggio più popolare affidando la regia ai francesi Alexandre Bustillo e Julien Maury, specialisti del genere horror.

A dire il vero, Hooper aveva già provato a raccontare gli inizi di Leatherface nel prequel (del remake) prodotto insieme a Michael Bay, troppo mainstream per essere uno slasher sporco e cattivo come si deve. Stavolta si torna all’horror a basso budget girato nell’economica Bulgaria.

Strappare via la maschera di Leatherface per svelarne il mistero significa destrutturarlo con il rischio di ridurne la dimensione mitica. E’ il problema di molti prequel, in special modo se si raccontano le origini di un personaggio che deve terrorizzare il pubblico. Eppure, nonostante un colpo di scena del tutto prevedibile e l’arco narrativo del giovane Faccia di cuoio giochi sul sicuro ripercorrendo topoi classici, i due registi tirano fuori un horror di tutto rispetto seguendo con buon mestiere l’ABC del genere.

Rob Zombie si è ispirato a Non aprite quella porta per realizzare La casa dei 1000 corpi e il sequel, La casa del diavolo, la cui struttura road movie è ricalcata in Leatherface quasi a chiudere un simbolico cerchio. E’ sempre l’interrelazione tra i personaggi a costruire la tensione per un buon horror. Nella storia nessuno è innocente ed è proprio questo clima insano e corrotto a portare alla trasformazione finale di Leatherface.

Nel gruppo di nomi misconosciuti spiccano Lili Taylor-mamma Leatherface, esperta di case stregate (The Haunting, The Conjuring); Finn Jones, noto come l’Iron Fist televisivo anche se è negato per le arti marziali e Stephen Dorff che si è fatto uccidere da Blade nel primo film della serie.

I due registi evitano i facili effettucci jumpscare tanto in voga negli horror mainstream (e, ve lo anticipiamo, anche nel prossimo IT) per un po’ di sano splatter-slasher in equilibrio tra raccapriccio e guilty pleasure. Tra le sequenze memorabili figurano la rivolta in manicomio e la sparatoria nel diner, un atto necrofilo gratuito come dev’essere l’exploitation per propria natura, e, soprattutto, il bivio finale tra salvezza e dannazione, quel momento in cui il pubblico urla: “No, non farlo!” Ma lui lo fa, affonda la motosega senza pietà. E’ inevitabile ed è giusto così. In fondo, lui è Leatherface.

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