Made in Italy #18: Intervista a Luca Vanzella e Luca Genovese (Beta)

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Bentornati su Made in Italy. Scrivo queste righe mentre è in corso quel fenomeno fieristico che è il Lucca Comics & Games, e dunque quale migliore occasione per riportare l’intervista, rilasciata per i lettori di MF lo scorso Napoli Comicon, agli autori Luca Vanzella (sceneggiatore) e Luca Genovese (disegnatore) che proprio in questi giorni, durante la convention, stanno presentando il loro ultimo lavoro, Beta (edito da Bao Publishing).

L’uno istrionico ed estroverso, l’altro affabile ed introverso, Luca & Luca formano un team affiatato e determinato, altamente indicativo della nuova generazione del fumetto italiano.

A.P. Ciao Luca, ciao Luca, in pochissime battute: cos’è Beta?

L.V. Beta è sostanzialmente una storia in due volumi (per quasi quattrocento pagine complessive) a tema robot giganti. “Nagaiano”… L’ambientazione è “retrofuturo” perché il tutto si svolge negli anni ’70.

A.P. Quando e come nasce l’idea?

L.V. L’idea nasce nel 2005 da una storia breve in cui il personaggio principale va sul lido di Venezia e lì trova una base robotica…

L.G. E si ricorda quand’era piccolo e vedeva i cartoni animati con i robottoni che combattevano contro gli alieni.

L.V. Da lì abbiamo sviluppato il personaggio principale di Dennis Beta, e l’ambientazione, chiedendoci: chi aveva fatto una base proprio in quel posto? Perché? E così via. La storia è cominciata a venire da sola finché ad un certo punto abbiamo detto: facciamolo!

A.P. Bianco e nero?

L.V. Bianco e nero, con retino “filologico”: un bel retino importante perché se dobbiamo strizzare loccio ai manga, tanto vale farlo per bene. Così tante pagine a colore sarebbero state troppo impegnative, ancor più di quanto non lo sia già stato.

L.G. Impegnativo a scriverlo, a disegnarlo… e a pubblicarlo (ridono).

A.P. Come avete approcciato al tema dei robot?

L.V. Abbiamo voluto fare un graphic novel sui robot, ma senza farne una parodia. Indubbiamente si nota una sorta di “nostalgia”, con dei rimandi veloci del tipo “Ah, guarda, quella testa, sembra Getter”.  Il resto è stato semplicemente trattare quello “robot” come un genere al pari del western, o del noir, con le proprie regole peculiari.

A.P. E’ previsto un seguito?

L.G. Nessun seguito, la storia è fatta per chiudersi, e difatti si chiude nell’arco narrativo dei due volumi.

L.V. Certo, si poteva pensare ad una miniserie o ad una serie aperta, ma sono tipologie che oltre ad avere un target diverso (l’edicola) presuppongono da un lato un intenso lavoro con scadenze serratissime, e dall’altro un notevole “ottimismo” editoriale… Ma qui non siamo in giappone…

A.P. Pensate di integrare l’opera anche con lo strumento tecnologico?

L.V. Magari si, certamente vorremmo portarlo su iPad, e tradurlo  in altre lingue.

A.P. Perché il futuro del fumetto è l’iPad?

L.V. Secondo me l’approccio vincente è ibrido: fare degli albetti e renderli anche scaricabili: comincio a leggere l’inizio e se mi piace aspetto il volume che uscirà, ad esempio, tra tre mesi. E’ una sinergia che può funzionare. Sono un po’ scettico invece sull’interattivo perché non ho idea di cosa si possa fattivamente realizzare, ad esempio con l’ausilio del 3d o di tecniche che creino il “movimento”. Chissà se sarà davvero il futuro o solo un’esperienza estemporanea.

Insomma, non è come la musica o il cinema; per il fumetto la carta è ancora l’ambiente naturale. Senza tralasciare che poi c’è il “feticismo”… Voglio dire: il libro è in giro da duemila anni, ha avuto il suo tempo per diventare un feticcio, no?

A.P. LA vostra è una collaborazione di lunga data, vero?

L.V. Dal 2003 abbiamo cominciato con le storie brevi di Selfcomix…

L.G. poi nel 2008 è uscito Luigi Tenco per Becco Giallo, che è stata la cosa più lunga che abbiamo fatto finora (120 pagine), praticamente tutta la sua biografia.  E poi ancora collaborazioni con etichette indipendenti, riviste, lo Sherwood festival…

A.P. Ritenete che il fumetto indipendente sia il punto di partenza ottimale?

L.G. Quello che parte dall’indipendente è un percorso un po’  normale.

L.V. Concordo. Secondo me la cosa migliore è partire con l’autoproduzione o con queste realtà: fai una cosa, vedi come va, impari anche gli aspetti pratici, cioè vai a vedere come si fa a stampare, ad impaginare, etc. E puoi farlo anche perché non ti trovi in una mega redazione, ma in una a misura d’uomo. Vedi ogni parte del lavoro, segui l’opera dall’inizio alla fine.

E poi ovviamente aspetti il riscontro. E’ una strada che consiglierei a tutti…anche a chi vuol fare Bonelli.

L’importante è dare un approccio subito serio: fare un graphic novel anche di 4 pagine ma farlo come se fosse già l’opera più importante.

Partire subito con un editore si può fare, ma è meglio testarsi prima. Autotestarsi. Il confronto è fondamentale, anche con gli sconosciuti e non solo con gli amici: vai ad una fiera e ti metti in gioco.

Così se poi hai una storia e vuoi farla, ma nessuno la compra, hai già gli strumenti per realizzare il tuo progetto senza rimanere frustrato. E’ questo il consiglio che mi sento di dare agli esordienti.

  • http://minty.iobloggo.com minty

    Bella intervista. Grazie, Armando!
    Si dicono cose molto vere e interessanti sull’autoproduzione.

    Personalmente ho conosciuto Luca&Luca per caso, qualche Lucca fa, in Self Area. Ho comprato le antologie di Self Comics e mi sono innamorata dei loro fumetti. Per questo, quando ho visto che sarebbe uscito Beta, l’ho ordinato a occhi chiusi.
    A Lucca ho avuto modo di sfogliarlo, e pare proprio un bel prodottino. Non vedo l’ora che Bao lo distribuisca anche in fumetteria… *_*

    • Armando Perna

      Grazie a te per la cortese risposta. Oltre a concordare su quanto hai detto di Luca&Luca, sono perfettamente d’accordo con te sull’autoproduzione. Gli editori sono, in definitiva, degli imprenditori, e quindi, pur se illuminati, se devono investire su di te non lo faranno mai “a scatola chiusa”. Credo che l’autoproduzione aiuti gli esordienti a farsi vedere ed anche a capire se la loro passione può diventare (e loro lo vogliono) qualcosa di più. L’importante e crederci, ma il confronto è fondamentale, ed è giusto che avvenga per primo con una dimensione più vicine a chi lo cerca, no?