La Bella e la Bestia – Recensione

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Nel Settecento, un giovane principe francese vive nello sfarzo del suo castello grazie alle tasse imposte ai villaggi circostanti. Durante una festa, una povera vecchia giunge al maniero offrendo una rosa in cambio di ospitalità. Respinta in malo modo, la donna si rivela una maga e lancia un incantesimo trasformando il principe in una bestia e i fedeli servitori in oggetti animati. Tempo dopo, Belle, una ragazza anticonformista e sognatrice, lascia il piccolo villaggio di Villeneuve e si reca al castello per salvare il padre inventore catturato dalla bestia.

Fu Walt Disney stesso a volere una trasposizione animata de La Bella e la Bestia dopo il successo di Biancaneve e i Sette Nani. I primi tentativi non andarono a buon fine, anche a causa dell’uscita della versione in bianco e nero di Jean Cocteau nel 1946. Il lungometraggio animato, tratto dalla fiaba di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont, vide finalmente la luce nel 1991 segnando una nuova tappa del cosiddetto Rinascimento Disney iniziato due anni prima con La Sirenetta dopo un periodo di relativa crisi. Il film si aggiudicò due premi Oscar incassando 425 milioni di dollari.

Figuriamoci se La Bella e la Bestia poteva sfuggire al rullo compressore ormai ben oliato delle remunerative trasposizioni live-action dei classici Disney che hanno finora registrato ottimi incassi al botteghino a fronte di una resa spesso discutibile. Alice in Wonderland non è stato certo il miglior film di Tim Burton ed ha avuto il torto di razionalizzare troppo il poema di Lewis Carroll ha però fornito una visione autoriale dell’opera originale che non fosse semplicemente un copia-incolla del film d’animazione della Disney.

I successivi Maleficent, Cenerentola e Il Libro della Giungla si sono progressivamente conformati allo stile estetico e alla struttura narrativa degli originali fino a giungere a questa trasposizione che ripercorre a menadito, punto per punto, virgola per virgola, il classico d’animazione originale, diluendo qualche linea narrativa secondaria giusto per portare la pellicola oltre le due ore di durata, francamente eccessive.

Privo di qualsivoglia autorialità, il remake prova semplicemente a ricreare la magia e le suggestioni dell’originale in maniera a tratti artificiosa e meno efficace, rispettandone anzitutto la natura musical. Emma Watson incarna l’ennesima eroina emancipata raccogliendo il testimone del girl power dalla precedente Cenerentola.

Dan Stevens è irriconoscibile sotto il make up digitale della motion capture nel ruolo di Bestia. La relazione tra i due personaggi non si ferma solo sul messaggio di trovare la bellezza interiore oltre le apparenze e sulla dinamica di conciliare un animo gentile con uno più gretto e virile. Ci sono anche riferimenti alla lotta di classe, tema di grande attualità, se pensiamo al Principe chiuso nel suo castello a gozzovigliare a spese dei poveri sudditi.

Il remake perde punti nella realizzazione degli oggetti antropomorfi che fanno da comprimari e da diversivo comico meno esilarante di quanto ci si aspetterebbe. L’aspetto tenero e simpatico delle versioni animate si perde nella concretezza degli oggetti in questione. Nella versione italiana, tra l’altro, le performance di Ewan McGregor, Ian McKellen, Stanley Tucci ed Emma Thompson vanno inevitabilmente perse.

Gli occhi e il cuore del pubblico si spalancano grazie alle scenografie sontuose, alle fantasiose coreografie e alle amatissime canzoni cui si aggiungono nuovi brani sempre orecchiabili. Si ha comunque la sensazione di assistere ad una versione estesa dell’opera originale senza alcun guizzo particolare.

La presenza di un personaggio omosessuale ha causato alcune controversie. Il film è stato vietato ai minori in Russia, è stato bandito dalla Malesia e un cinema in Alabama, uno degli stati più conservatori negli USA, si è rifiutato di proiettarlo. Sono proprio questi signore, invece, che dovrebbero vedere La Bella e la Bestia e cercare di coglierne il significato più profondo che, forse, è l’unica vera ragion d’essere del remake.

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