Recensione – Taboo, episodio sei

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“Lasciate il corpo dove è più probabile che venga trovato. Potete tenervi il suo cuore.”

L’ultimo episodio si avvicina, e i fili iniziano a tirarsi fra loro, lasciandoci cadere in abissi dalle profondità inimmaginabili. Pensavate che Taboo fosse stato fin troppo oscuro nei precedenti episodi? Dopo la sesta puntata dovrete ricredervi.

James Delaney è pazzo, e fin qui siamo tutti d’accordo. Ma quella pazzia potrebbe essersi sviluppata in lui molto prima dei suoi viaggi per il mondo, molto prima dell’Africa, molto prima della stregoneria. Un inconfessabile segreto del passato riguardante sua madre verrà alla luce all’inizio dell’episodio, che Steven Knight scrive magnificamente dalla prima all’ultima scena.

Un po’ come il fedele Alfred Pennyworth con Bruce Wayne, anche il povero Brace ha il suo bel daffare in casa Delaney: di certo non è facile ragionare con James, e David Hayman è ottimo nel rappresentare tutte le sfaccettature di questo personaggio molto meno secondario di quanto non possa sembrare a prima vista.

Stesso dicasi per la Zilpha Geary di Oona Chaplin: proprio quando si iniziava ad averne abbastanza delle sue espressioni spiritate e sempre uguali, Knight cambia completamente le sorti di questa povera moglie segregata e scrive per lei una scena sorprendente dietro l’altra.

Dal duello verbale con Lorna, passando per la scena del bagno e arrivando fino alla decisione di liberarsi del marito, Zilpha incarna perfettamente l’orgoglio del movimento femminista, chiaramente declinato secondo i canoni del mondo oscuro e perverso creato da Knight: è interessante notare il parallelismo fra la penetrazione omicida perpetrata dalla donna, che le ha concesso l’agognata libertà, e la penetrazione in chiave sessuale scaturita dal ricongiungimento col fratello James, che non ha avuto esattamente l’effetto auspicato, come a ricordarci che alla fine della corsa non c’è alcun premio per chi gareggia abbraccia il male.

Dare questo senso metaforico alle scene di sesso è un vero tocco di classe di questo magnifico scrittore. Recentemente l’aveva fatto anche in Allied, di Robert Zemeckis quando, col crescente sospetto nei confronti della moglie, il personaggio di Brad Pitt manifestava una furia animalesca nell’intimità del talamo nuziale, quasi che volesse punirla per i dubbi che si erano insinuati in lui (e la moglie godeva di questa furia, a suggerirci una sorta di malvagità insita in lei: geniale).

La scena delle barche che si insinuano nel canale – un altro tipo di penetrazione, più segreta e furtiva – mi ha ricordato non poco una tavola di From Hell, di Alan Moore ed Eddie Campbell, forse la più fedele ricostruzione e rappresentazione dell’oscurità della Londra ottocentesca, che di certo Knight conosce a menadito. In effetti, con quella bombetta, James ricorda molto Jack lo Squartatore, soprattutto quando si scaglia senza freni contro i propri nemici, affettando e dilaniando come il misterioso omicida seriale avrebbe fatto qualche decennio dopo con cinque prostitute di Whitechapel.

Tra inquietanti visioni, contrabbando di bare piene di polvere da sparo, sotterfugi, inseguimenti, lingue staccate ai traditori e cuori asportati, il gioco in questa nebbiosa e cupa Londra inizia a farsi molto pesante: per dirla nello stile della Compagnia delle Indie, “la guerra è cominciata”.

E questo sesto episodio – il migliore della serie, finora – ce lo fa capire senza mezzi termini, e senza chiedere scusa a nessuno.

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