One Piece Gold – Il Film [Recensione]

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La Ciurma di Cappello di Paglia giunge a Grantesoro, una nave gigantesca che ospita un enorme ed opulento villaggio vacanze nel quale i più facoltosi possono godersi incredibili spettacoli e giocare d’azzardo ventiquattr’ore al giorno. Si tratta di una città-stato indipendente al di fuori della giurisdizione del Governo Mondiale e della Marina Militare, controllata da Gild Tesoro, potente, ambizioso e ricchissimo Imperatore d’Oro. Luffy e i suoi compagni scopriranno che la città nasconde un aspetto molto più spaventoso e dovranno lottare per la propria vita.

Esercitare il potere politico attraverso quello economico è un tema di forte attualità nel momento in cui la controversa figura di un ricco capitalista repubblicano dal ciuffo dorato, che vive letteralmente in una torre d’avorio, diventa Presidente degli USA. Si tratta, intendiamoci, solo di un parallelismo.

L’augurio è che le intenzioni di Trump non siano malevoli come quelle di Gild Tesoro, strozzino metrosexual col potere di manipolare l’oro a proprio piacimento, una sorta di Re Mida filtrato attraverso il genio visionario ed immaginifico di Eiichiro Oda, creatore del franchise One Piece, qui in veste di produttore.

Il tredicesimo lungometraggio animato della saga, capace di incassare più di 5 miliardi di yen in patria, tanto per restare in tema di lucro, si apre con una sequenza che introduce i protagonisti al pubblico neofita e ne aggiorna le rispettive taglie per i fedelissimi.

La ciurma entra così nella mirabolante Las Vegas, estremizzata nello stile inconfondibile di Oda con elementi in CGI tutto sommato ben integrati, una sorta di Paese dei Balocchi collodiano dove gli avventori che giungono a divertirsi sono attesi dalla legge del contrappasso.

Grantesoro non è altro che la metafora di quei paesi industrializzati nelle cui pieghe del tessuto sociale soccombono le vittime della disparità economica. Simbolico, in tal senso, lo sterile deserto dorato nel quale prospera solo la morte e che rispecchia lo stato interiore dell’avido Gild Tesoro.

La stella rossa sulla schiena del malvagio, oltre alla sua funzione diegetica, è anche una contraddittoria icona politica che testimonia la sua terribile back-story.

La cantante Carina, di nome e di fatto, collegata ad una pagina del passato della comprimaria Nami finora inesplorata, porterà le dinamiche narrative verso gli stilemi di un heist movie alla Ocean’s Eleven.

Elementi portanti della vicenda restano gli stessi che hanno decretato il successo della saga e che godono, nella loro forma animata, della massima espressione, quali gag esilaranti e combattimenti spettacolari sostenuti da accattivanti personaggi caricaturali e grotteschi, surreali e fantastici, affiancati da procaci e discinte bellezze presentate attraverso inquadrature maliziose.

L’estenuante mezz’ora di battaglia finale, alla quale partecipa anche la Marina per onore di firma, vede i cattivi indossare delle armature d’oro che sembrano quelle dei Cavalieri dello Zodiaco. Nella parte centrale della storia, Luffy non può allungare le sue braccia gommose poiché intrappolate nell’oro.

Lui, che pure ha come fine ultimo delle sue peregrinazioni il ritrovamento di un tesoro, deve infine liberarsi della preziosa morsa per diventare il rabbioso baluardo di valori più genuini.

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